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Arturo Zardini, più che il padre di Stelutis Alpinis

da Giuliano Rui, suo nipote
in esclusiva per
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Mio nonno Arturo ZARDINI nacque il 9 novembre 1869, da Antonio (m. a Pontebba il 14 maggio 1907) e Caterina GORTANI (m. a Pontebba il 9 ottobre 1914 a 75 anni), la madre era nativa di MALBORGHET (allora in Austria). All'età di 7 anni fu mandato alle scuole primarie comunali del paese, dove frequentò solo le prime tre classi, con il maestro don Rodolfo Tessitori, che era anche cappellano del luogo Fin da piccolo dimostrò una spiccata sensibilità musicale ed una eccezionale passione per la cornetta. Pontebba allora era un vivaio vero e proprio di musicisti e di cantori.

Il primo direttore di banda che Zardini conobbe, fu il Kolbe. Fu questi che, notando nel fanciullo tanta predisposizione per la musica, gli impartì le prime cognizioni, chiamandolo quindi a far parte della sua banda come allievo cornettista. L'infanzia di Arturo, che era il più giovane della famiglia, trascorse come quella di qualsiasi altro bambino pontebbano dell'epoca, con le ristrettezze tipiche di quel tempo.

Ancor ragazzo aiutava il padre nel mulino, mentre durante la bella stagione si arrangiava a fare l'apprendista muratore. L'arte del "mastro – muratore", comune a molti Pontebbani dell'epoca, richiedeva che l'iniziato abbandonasse a 13 o 18 anni la famiglia per emigrare in Austria esordendo come bracciante (manovale).

Pontebba fu per secoli la frontiera dei nostri emigranti friulani diretti nei paesi del nord e in quelli slavi, sino alla Russia, qui si videro passare le tristezze e le speranze di chi per vivere doveva abbandonare la sua terra e la sua famiglia, masse di povera gente fatte scendere dai treni alla stazione italiana, che passavano la dogana e attraversavano a piedi il confine, per riprendere poi i treni nella stazione austriaca di Pontafel.

Fortunato chi partendo da casa aveva una meta fissa o l'appoggio di un "capo" che durante l'inverno l'avesse ingaggiato per i lavori nella successiva campagna lavorativa.

I più partivano alla ventura a frotte, verso l'ignoto. Attraversavano provincie e provincie in ferrovia quando il denaro, sopravanzato dall'inverno o preso a prestito all'atto della partenza, permetteva questo lusso e a piedi dopo esaurita la disponibilità.

Disprezzati dalle popolazioni dei territori che attraversavano, sfruttati in modo indegno dagli impresari italiani che li assumevano per pochi soldi la settimana, questi paria dall'arte muraria trovavano finalmente occupazione, ma una ben dura vita di eccessivo lavoro e di sacrifici li attendeva : dopo risolto i1 problema dell'impiego, sveglia alle quattro, lavoro fino alle 19, una mezz'ora per la colazione alle 6, un'ora di riposo al pomeriggio.

L'alimentazione uniforme per tutte le stagioni, consisteva in ¾ di kg, di formaggio magro e 4-5 kg. di farina convertita in polenta ed era il solo cibo per una settimana e per tutte le settimane della stagione che andava da aprile a ottobre.

Le poche ore di riposo notturno erano passate in un capannone sul «lodar», cioè su uno strato di paglia steso sul pavimento dove si annidavano miriadi di insetti.

Queste erano allora le condizioni di vita del piccolo emigrante italiano e questa fu la vita che Zardini condusse per parecchi anni.

Più tardi egli stesso racconterà che, in quel periodo, mangiò polenta e formaggio tre volte al giorno mentre il sabato doveva lavare la. camicia al «palîr» (l'assistente ai lavori). Ed è appunto questo il periodo che impresse nell'animo dello Zardini quei sentimenti che, più tardi, mutati i tempi e condizioni, intoneranno ogni suo atto ed ogni suo pensiero. Infatti, più d'ogni altra cosa, sull'animo dello Zardini pesò il fatto che l'italiano venisse disprezzato, malgrado portasse, sia pur con le sue rudi virtù, grande utilità alla nazione alla quale vendeva l'opera sua, E' necessario notare, senza tema d'errore, che quel feticismo per la patria italiana che lo Zardini ha dimostrato in tutta la sua vita, spuntò e fu coltivato negli anni in cui egli dovette emigrare.

Robustissimo fisicamente, egli mai volle subire il disprezzo che palesavano gli Austriaci verso gli Italiani e frequenti furono le zuffe che ingaggiò con i coetanei tedeschi quando le circostanze lo costrinsero a lavorare assieme a loro.

Arturo sin da giovane si dimostrò fermo di carattere ed intraprendente e lo fu talmente che, all'età di soli 14 anni, seppur in disaccordo con i genitori, prese la via dell'Austria emigrando in Carinzia per alcuni anni in qualità di apprendista muratore. Già iI suo viaggio fu un'avventura, parte effettuato in treno su carri e parte a piedi lungo gli stessi binari della ferrovia. Approfittando del suo già robusto fisico e dichiarando un'età superiore alla sua, per apparire più vecchio e di conseguenza poter lavorare, si sporcò il viso con il carbone.

La vita di emigrante e la passione per la musica sollecitarono in Arturo l'urgenza di una preparazione culturale adeguata. Le basi le aveva e quando si sapeva leggere e scrivere ci si sentiva padroni del proprio destino, specialmente se sorretti da una forte volontà. Approfittò quindi del tempo libero per istruirsi, per farsi una cultura «di bessôl. fûr de scuele, tirant i vôi, lant ator, studiant umign e robis cu la sô melonarie».

Dall' Austria ritornò a Pontebba nel 1887 a diciotto anni, restituendo al padre tutto il denaro chiestogli in prestito tre anni prima. Nel 1888 si arruolò nel Regio Esercito e fu destinato, come allievo cornettista, nella banda del 36° Reggimento Fanteria di stanza a Modena.

La sua preparazione specifica poté così iniziare regolarmente ed in breve tempo assunse nella banda militare il ruolo di primo cornettista. I coetanei ricordavano : « Quando portava alla bocca la tromba, era formidabile ».

L'autorità militare infatti, notate le sue capacita eccezionali, dopo averlo nominato nel 1893 sotto capomusica, lo manda all'Istituto musicale di Alessandria, dove frequenta un corso quadriennale di armonia e contrappunto sotto la guida del maestro Cicognani. Successivamente, rientrato al corpo, viene iscritto ad un corso annuale di perfezionamento presso il Liceo Musicale Rossini di Pesaro. Fu Cicognani a presentarlo, quale uno dei suoi migliori allievi, all'esame di licenza di strumentazione per Banda nell'agosto 1899. Ebbe esaminatore il maestro Perosi, padre del grande Lorenzo Perosi e venne abilitato all'esercizio della professione il 15 agosto 1899 ottenendo il diploma di Direttore di Banda. Poté così finalmente — « avendo tutte le carte in regola » — essere nominato Capo musica di banda militare presso il suo 36° Reggimento Fanteria «Pistoia ». Arturo ricordava poi sempre con affetto il suo maestro e l'Esaminatore, come coloro che l'avevano assai benevolmente incoraggiato nell'arte.

In un concorso Musicale del 1901 indetto dalla Società Artistica Musicale Diritto e Giustizia di Palermo otteneva un diploma di I.° grado con medaglia d'argento per una sonata a soli archi. Lasciata la vita militare, ritor­nò nella nativa Pontebba, e nel suo tinelletto, seduto al piano, si ispirava a musica varia: dalla religiosa (aveva composto una bella messa, che oggi non esiste più) alle marcie, alle canzoni, alle classiche e patetiche villotte. Prese parte anche a concorsi di musica, nei quali aborriva dall'esercitare pressioni; ebbe lettere di congratulazioni dal Re, esortazioni a farsi conoscere, a mettersi in vi­sta; ma volle rimanere tranquil­lo con la sua musica.

Dopo rassegnazione dei premi in un concorso di musica per co­ri, uno della commissione giudicatrice gli fece questo appun­to : « Ma perché non si è fatto conoscere, che le avremmo dato la medaglia d'oro? ». Si può immaginare quale fu la risposta del Maestro.

Era molto, troppo anzi, trasan­dato nel vestire, e alla moglie che sollecita e affettuosa, gli os­servava che vedendolo cosi ne­gletto la gente poteva fare degli appunti a lei, rispondeva: "Anche se sono malvestito, sanno chi sono ».: Modesto era nel vestire, sempli­ce nei modi, senza alcuna pretesa di far valere o di farsi compensare i parti della sua genialità musicale. Componeva i suoi canti e ne faceva omaggio ad. amici e a personaggi ragguardevoli, senza talora avere l'avver­tenza di trattenersi o l'originale o una copia della composizione. Teneva ben poco di conto i suoi i lavori e prima di renderli pubblici chiedeva consiglio agli amici e principalmente alla moglie.

« Stelutis » venne cantata per la prima volta a Firenze, la città dei profughi friulani, dove ferito nel più intimo degli affetti di cittadino e di friulano,trovavasi rifugiato, anche lo Zardini. Fu in questa città, nella profonda e più acuta nostalgia del Friuli lontano e martoriato, che il Maestro iniziò quei cori che poi sarebbero sorti a guerra finita come d'incanto, in tutto il Friuli. In Firenze, sgorgarono dal suo animo, anche se non sono stati subito musicati, quei 5 canti pieni di una delicata nostalgia, che portano i profughi e non solo ad amare, ad attaccarsi ancor di più alla loro madre terra del Friuli. Il coro e la banda, durarono sino al maggio 1915 quan­do i pontebbani dovettero lascia­re le loro case cannoneggiate dalle artiglierie austriache (ed italiane) per iniziare un doloroso esilio attraverso la penisola. Zardini si rifugiò pri­ma a Moggio Udinese poi - in seguito alla ritirata di Caporetto - a Firenze, seguendo praticamente il Comune di Pontebba, ove continuò a svolgere il suo incarico di applicato.

Ma qui con la grande nostalgia per la sua terra, nasce "Stelutis", la canzone fu composta alla trattoria «Al Porcellino» (nell'omonima piazza), per "testarla" riunì alcune persone amiche (poche confronto quelle del suo coro): la signora Pia Borletti in Nassimbeni al pianoforte, mentre gli altri suoi amici pontebbani, A. Polano, Brunetti. Guido Nassimbenì, Luigi Madile e Lorenzo Brisinello (Pusco) provavano il canto, esprimendo il loro entusiasmo e la loro ammirazione, sia per le parole che per la musica.

Rimpatriato nel 1919 si ritrovò fra i suoi coristi superstiti, (molti perirono nella grande guerra), riorganizzò la Società Corale Pontebbana, incassando successi e molti applausi nei più noti centri della Provincia e della Regione. Le composizioni del m. Zardini 1) In cil son tantis stelis 2) Un dolor dal cur mi ven.
3) Tu as doi voi che son dos stelis
4) Primevere benedete, l'è tant timp che ti spietin.
5) Van gli ucei e abbandonin la lor ciase e il lor sit
6) Vuei che units o seis par simpri.
7) La lune puartade par aiar dal vint. (parole di B. Chiurlo).
8) Cheste zentil viole. (parole di Zorutti).
9) La gnot s'inbrune (parole di Zorutti).

Composizioni di alto valore sono pure i seguenti canti ed Inni:
1) A Tarcint (1912, parole di F.Bierti)
2) Il Friul (1920 parole di F. Bierti).
3) Ciant a Gurizze (1921. parole di F.Bierti).
4) Vin sierade la nestre puarte (1920 parole di E. Carletti).
5) Il salut
6) Schianta. bufera, travolgi. rovina (1920 Inno di Pontebba Nova, parole di G.B. Boria).
7) Inno della Società Filologica Friulana.
8) Inno della Società Sportiva Friulana.

Nonchè la popolarissima Vores balà la Staiare parole di E. Carletti. Ricordiamo ancora: 2) Marcie religiose. 2 Marcie funebri, il lavoro-Waltzer il Friuli-Waltzer e molte altre polche e mazurke di minore interesse. Le produzioni sacre 1) Del Re il Vessillo spiegasi. 2) Popule Meus. 3) Crux fidelis. (per il Venerdì Santo). 4) Loda, o lingua, (per il Corpus Domini). 5) O del Cielo gran Regina! 6) O vergini cuori. 7) Noi siam figli di Maria (per l'Assunta). 8) Regina Pontebbianae. (Invocazione). 9) Fermarono i cieli (pastorale per il S. Natale). 10) Ecce Sacerdos Magnus. 11) Una Messa ed un Missus. Il 5 febbraio 1922 veniva creato Cavaliere della Corona d'Italia. In quest'ultimo tempo attendeva con rinnovata passione ad istruire la vecchia e nuova banda cittadina, ma il 20 ottobre lo colpiva la dolorosa malattia che doveva fatalmente strapparlo agli innumerevoli amici ed ammiratori. Sopportò con serenità edificante i 75 giorni di malattia, ricordando anche fra i dolori del male le sue composizioni profane, sacre, cantandole agli amici che lo visitavano. Spirò nell'Ospedale di Udine alle ore 12.00 del 4 gennaio 1923, e venne seppellito con i massimi onori a Pontebba il 6 gennaio. Morì per uremia, non diagnosticata, a cinquantatre anni, lasciando una famiglia (la moglie Elisa e tre bimbe) nella disperazione e un grande vuoto in paese e in Friuli.
Giuliano Rui

Arturo Zardini.

Stelutis Alpinis, Cuarteto Armonia, con Galliano De Agostini, Ferruccio Silvestro, Carlo Gurissatti e Fulvio Cosato, diretti dal maestro Rodolfo Kubik.

1920 ca. - osteria Italia, con dei componenti del "Senato" Pontebbano.

Società Corale Pontebbana, con gli amici della Società Filologica Friulana, in visita a Pontebba.

Copia autografa di Stelutis Alpinis.

Video "Arturo Zardini, padre di Stelutis Alpinis, di Giuliano Rui.

Giuliano Rui, nipote di Arturo Zardini e scrittore, con il Porcellino, davanti all'ostería che ha lo stesso nome, a Firenze, dove si è cantata per prima volta "Stelutis Alpinis".

Libro "Arturo Zardini, di Giuliano Rui.